A ventisei anni pensi di dover avere già tutte le risposte in tasca. Io ero così: una laurea fresca, un lavoro che ingranava e l’idea che la vita fosse una scalata solitaria verso il successo. Eppure, sentivo che sotto la superficie di questa "efficienza" c’era un rumore di fondo, un’insoddisfazione che non riuscivo a nominare.
Sono arrivato ad Assisi quasi per sfida, spinto da un amico, convinto che avrei visto solo bei monumenti.
Ciò che ha cambiato tutto non è stata una predica, ma un incontro nel chiostro della Basilica. Mi sono imbattuto in un paio di frati. Mi aspettavo che mi parlassero di Dio con parole difficili; invece, si sono seduti e mi hanno chiesto: "Giovanni, tu come stai davvero?"
Per la prima volta dopo anni, ho smesso di recitare la parte del "ragazzo che ce la fa" e ho iniziato a parlare.
Mi hanno ascoltato senza giudicarmi.
Hanno dato spazio ai miei dubbi, alle mie rabbie e alle mie ambizioni.
Non cercavano di "arruolarmi", ma di custodire la mia storia.
In quel clima di accoglienza gratuita, è emersa una domanda che avevo sepolto sotto mille impegni: "Se questa vita è un dono, io a chi la sto restituendo?"
I frati mi hanno aiutato a capire che la vocazione non è un fulmine che ti colpisce dall'alto, ma un seme che cresce nel silenzio. Mi hanno insegnato che ascoltare Dio significa prima di tutto ascoltare i desideri più profondi del proprio cuore, quelli che non cercano il potere, ma il servizio.
Guardando loro, ho visto degli uomini liberi. Uomini che non avevano nulla di proprio, ma che sembravano possedere il segreto di una gioia che a me mancava. Ho capito che la mia domanda vocazionale non era un peso da risolvere, ma una bussola da seguire.
Oggi non ho ancora tutte le certezze, ma ho iniziato un percorso di discernimento. Ho smesso di correre "contro" il tempo e ho iniziato a camminare "nel" tempo, grato per quegli occhi e quelle orecchie che, tra i vicoli di Assisi, mi hanno restituito a me stesso.